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Terremoto in Emilia: i perchè e il fenomeno della liquefazione delle sabbie

terremoto

Questo veloce articolo è frutto di una ricerca condotta nei vari portali scientifici selezionando le migliori spiegazioni e interpretazioni, con l’aiuto dei miei studi e laurea in geologia, riguardo gli eventi sismici che da una decina di giorni interessano senza sosta l’Emilia Romagna.

Nella giornata odierna, alle 9 del mattino, una nuova forte scossa di terremoto (forte in rapporto alle tecniche di costruzione adottate finora, al bagaglio maestoso di opere d’arte disseminate nel nostro paese fortemente vulnerabili e alla scarsa preparazione italiana davanti a questi eventi) ha scosso l’Emilia Romagna ed è stata avvertita in generale in quasi tutto il centro nord. L’epicentro è stato localizzato a 3km SSE di Medolla, comune di 6000 abitanti della provincia di Modena, registrando una magnitudo momento pari a 5.8 ad una profondità di circa 10km. Ciò che sorprende di questo nuovo movimento tellurico, è la clamorosa serie di repliche sismiche registrate dopo l’evento maggiore, le quali sono state particolarmente frequenti, superficiali sopra i 10km, e non hanno conosciuto un indebolimento energetico, tanto che attorno alle 13 due nuove scosse superiori alla M 5 hanno interessato le medesime zone, apportando ulteriori danni.

Rammentiamo che al momento il numero delle vittime accertate ufficialmente dalla regione Emilia Romagna ammonta a 15.

Il precedente terremoto, avvenuto all’alba del 20 maggio, ha subito da poco una correzione circa la magnitudo momento da parte dell’istituto geologico americano, USGS, che lo ha classificato del 6 grado Richter con epicentro a Mirandola.

Riporto a seguire due articoli fonte, rispettivamente, focus e ingv i quali riportano in modo esaustivo e abbastanza comprensibile le cause che hanno portato al movimento sismico della pianura padana, area ingenuamente ed erroneamente considerata negli anni asismica.

Il terremoto del 5.9° Richter che si è verificato a Mirandola, tra Parma e Ferrara, (al quale si aggiunge quello odierno) rientra chiaramente nella fase evolutiva della geologia del luogo. L’evoluzione geologica dell’Appennino emiliano-romagnolo, che si estende anche sotto la pianura, nascosto da depositi di sedimenti portati dal Po e dai fiumi ad esso affluenti si inquadra all’ultimo dei grandi fenomeni geologici che ha portato anche alla nascita di una parte delle Alpi.


L’Appennino è una catena a “falde”, ossia composta da grandi pieghe che hanno coinvolto potenti pacchi di strati, che si è formata in un arco di tempo che dal Cretaceo, ossia da un centinaio di milioni di anni, si spinge fino ai nostri giorni. In questo arco di tempo vi è stato in atto la collisione tra due blocchi di crosta terrestre (o meglio di litosfera): tra quella cioè, che viene chiamata zolla europea (o sardo-corsa), e la piccola placca Padano-Adriatica (o Adria). Non è facile comprendere dove erano queste due zolle, tuttavia si pensi che la Sardegna e la Corsica un tempo erano attaccate alla Francia e ad un certo punto sono “scivolate” verso la loro posizione attuale. Queste due isole formano la zolla sardo-corsa.
La placca Padano-Adriatica invece, era la punta più avanzata dell’Africa (vedi disegno). Il processo di collisione tra queste due zolle continentali è stato preceduto dalla chiusura di un’area oceanica che era presente tra di esse: era l’oceano ligure o ligure-piemontese che faceva parte della Tetide.

La catena appenninica deriva così dalla complessa deformazione dei sedimenti deposti durante questa evoluzione. Oggi i geologi parlano di “Dominio ligure”, per definire i sedimenti che si depositarono nell’area oceanica, di “Dominio epiligure”, per quei sedimenti che a partire dall’Eocene medio (circa 40 milioni di anni fa) sono stati sottoposti a “compressioni” molto forti, di “Dominio subligure“, che corrisponde alla crosta africana adiacente alla zona oceanica e di Dominio tosco-umbro, di pertinenza africana.
Alla fine del processo deformativo i sedimenti di questi domini risultano notevolmente spostati rispetto al luogo ove si sono formati e si sono in gran parte sovrapposti in modo assai complesso.
Dal Messiniano, ossia da circa 7 milioni di anni fa, in poi anche le zone esterne della catena e l’area padana sono coinvolte nelle fasi deformative. La progressiva migrazione delle falde verso est provoca una profonda deformazione anche nell’area padana, che continua ancora ai nostri giorni.

Il secondo articolo fonte INGV

Terremoto in Emilia. Uno studio effettuato alcuni anni fa aveva messo in luce che alcune strutture geologiche nascoste hanno deviato i fiumi dal loro corso. E sono le stesse che hanno scatenato i terremoti nella Pianura Padana.

Il risultato è frutto di una ricerca realizzata dai geologi dell'Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia. Gianluca Valensise, coautore dell'articolo scientifico pubblicato allora su Annals of Geophysics, ha spiegato in una recente intervista in che modo sono state individuate le strutture sepolte.

Tutto comincia con la ricerca del petrolio da parte dell'Eni, che effettuò delle mappature all'epoca d'oro dell'esplorazione petrolifera in Pianura Padana, tra gli anni '40 e gli anni '70. Secondo l'esperto, tali mappature utilizzavano la tecnica della sismica a riflessione, che consisteva nel fare brillare dell'esplosivo e con un gran numero di sismografi disposti lungo allineamenti opportunamente tracciati nel misurare "il tempo di percorso delle onde sismiche tra la superficie, gli strati rocciosi sepolti che riflettevano parte dell'energia, e l'arrivo dell'energia rimbalzata in superficie".

In questo modo era possibile "disegnare il sottosuolo" e delineare le cosiddette anticlinali, ossia strutture nate dalla compressione degli strati rocciosi. Per rendere l'idea, simili alle pieghe che si formano su un tappeto spinto quando viene spinto contro un muro: "Poiché il petrolio tende ad accumularsi nelle anticlinali, conoscere l'esatta posizione di queste ultime consentiva di perforare a colpo quasi sicuro ed estrarre petrolio (o gas naturale)" spiega Valenise.

Tuttavia, a differenza del tappeto, le anticlinali sono la riposta superficiale "morbida" all'accavallamento delle sottostanti rocce, più rigide, lungo le faglie, ossia i piani di rottura che generano i terremoti: "Il movimento della faglia profonda (da 5-10 km ad alcune decine di km) dunque genera un’anticlinale, che pur essendo, come nella Pianura Padana, completamente ricoperta da un materasso di sedimenti marini e alluvionali spesso anche molte migliaia di metri, può comunque arrivare a deformare debolmente la superficie topografica, creando blande ma ampie depressioni o inarcamenti. Attraverso il tempo geologico l'attività tettonica finisce per interagire con il reticolo fluviale, attirando i fiumi nelle depressioni e respingendoli dalle zone che sono in crescita".

Proprio le deviazioni dei fiumi sono per i geologi di fondamentale importanza visto che permettono di conoscere le coppie faglia-anticlinale attive presenti al di sotto della Pianura Padana. “Sia l'Appennino che le Alpi sono due classiche catene montuose, che evolvono spostandosi la prima verso nordest e la seconda verso sud. Il sottosuolo della Pianura Padana è quindi il luogo di incontro di queste due catene, che idealmente 'strizzano' questa grande area depressa ad una velocità che i dati satellitari (GPS) indicano essere dell'ordine del centimetro per anno".

Ma a differenza di quanto è stato spesso ritenuto, la Pianura Padana, considerata un luogo non sismico, ha prodotto una violenta scia di terremoti, dal 20 maggio ad oggi. Valensise conclude con un paradosso: "La Pianura Padana è stata spesso snobbata dai geologi, che la consideravano noiosa, debolmente considerata dai sismologi, che spesso ed erroneamente hanno ritenuto che la sua piattezza indicasse la sua incapacità di generare terremoti, e vista da molti semplicemente come un territorio utile per l’agricoltura e l'industria. Pur nella sua drammaticità il terremoto del 20 maggio ne ha mostrato invece caratteristiche invisibili a occhio nudo".

Molto interessante è inoltre il fenomeno della liquefazione delle sabbie che si sta verificando in questi giorni a seguito dei movimento tellurici, dovuto alla presenza di potenti falde acquifere presenti nei depositi sabbiosi che caratterizzano la geologia della zona per il quale invito la lettura di questo chiaro articolo http://www.meteoweb.eu/2012/05/terremoto-emilia-liquefazione-delle-sabbie-san-carlo-rischia-di-sprofondare-per-sempre-nel-letto-del-vecchio-fiume-reno/136329/

http://www.corriere.it/cronache/12_maggio_27/allarme-geologi-emilia-liquefazione-sabbie_b3aae744-a7c7-11e1-988e-2cac10a9ea60.shtml

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